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“I colori di Giotto” in mostra ad Assisi

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pubblicato il 23 aprile 2010 dal sito Itaca Eventi

Ha preso  l’avvio l’11 aprile ad Assisi nella Basilica Inferiore e a Palazzo di Monte Frumentario il grande progetto espositivo “I colori di Giotto” che unisce l’emozione di poter ammirare, sui ponteggi insieme ai restauratori, a pochi centimetri di distanza, i meravigliosi affreschi della cappella di San Nicola e lo stupore di fronte all’originaria cromia delle Storie di San Francesco nella ricostruzione virtuale del CNR.

L’iniziativa è stata realizzata dal Comune di Assisi in collaborazione con il Sacro convento, il ministro dei Beni culturali, le Sovrintendenze dell’Umbria, la Regione, il Consiglio nazionale delle ricerche e riunisce allo stesso tempo finalità di conservazione a quelle della valorizzazione e della ricerca.

Un grande evento dedicato a Giotto nell’VIII Centenario dell’Approvazione della regola di San Francesco e curato da Giuseppe Basile, a cui si deve uno straordinario lavoro di restauro e di ricerca.

Roberto Filippetti ci racconta la sua esperienza di visitatore d’eccezione.

 manifesto della mostra i colori di giotto

Come un bambino davanti a Giotto
 
Il manifesto della mostra "I colori di Giotto"

Il manifesto della mostra

La mostra sugli affreschi della Basilica francescana (com’erano e come sono). Un percorso, non solo virtuale, nel cantiere del grande genio medievale. Poi l’incontro imprevisto con il capo dei restauri, alla scoperta di alcuni segreti…

Bisogna andare ad Assisi, con i bambini, entro il 5 settembre, perché c’è una mostra da non perdere. S’intitola I colori di Giotto.

Una mostra in due tappe. Fatto il biglietto (10 euro per gli adulti, audioguida compresa) sotto i portici del piazzale, si entra nella Basilica inferiore e ci si porta nel transetto, alla destra dell’altare: la prima tappa è la Cappella di San Nicola, affrescata da Giotto attorno al 1301. Lì si sale sui tre piani dei ponteggi ove stanno lavorando i restauratori. Esperienza indimenticabile: potersi accostare a pochi centimetri di distanza da quei volti della Madonna col Bambino, dei nove apostoli (tre sono andati distrutti); e al grande Cristo benedicente tra i santi Francesco e Nicola che gli conducono i fratelli Napoleone e Giangaetano Orsini, titolari della Cappella. Poi le grandi figure di San Giovanni Battista e di Santa Maria Maddalena penitente; e gli ampi riquadri con le storie di San Nicola di Bari, tratte dalla Legenda aurea del beato Jacopo da Varagine, vera miniera cui i pittori attingevano per squadernare su parete gli episodi della vita dei santi.

Quasi in punta di piedi, per non disturbare, osservi la restauratrice in azione, vedi mezza aureola già restituita alla brillantezza originaria, mentre l’altra metà è ancora opaca; vedi quelle tre figure dai colori sgargianti, mentre il resto del riquadro è ancora tutto offuscato.

Vedi e ti commuovi di fronte al genio di Giotto che dipinge “spazioso”, prospettico, tridimensionale, per agevolare al massimo la tua immedesimazione: il tuo inter-esse, il tuo “esserci dentro”, da protagonista e non appena da spettatore distaccato. E se i personaggi in abiti alla moda del 1300 sono inseriti entro architetture anch’esse del 1300, ciò significa che quei fatti riaccadono oggi, hic et nunc (qui c’è l’unica caduta di tono dell’audioguida, che invece recita: «Ovviamente non è la realtà, ma il mondo di una favola, però verosimile, in cui s’indossano vestiti alla moda». No: è realtà vera, non favola verosimile; è memoriale commosso, non memoria nostalgica).

Vedi che sono rivestite di una finissima foglia d’oro sia le chiavi che Pietro stringe in una mano, sia la croce che brandisce nell’altra, sia tutte le aureole aggettanti di circa un centimetro, e t’immedesimi in una liturgia notturna dell’epoca con «bracieri, lanterne e candele il cui fuoco faceva danzare la luce riflessa nel metallo prezioso (e qui l’audioguida è impeccabile)».

Da un balconcino aereo posto lassù nel sottarco della Cappella, ti affacci sul transetto e ammiri, lì a pochi metri da te, le volte con le celeberrime storie dell’infanzia di Gesù, affrescate sempre in quegli anni da Giotto.

Come un dono imprevisto arriva sui ponteggi Sergio Fusetti, il Conservatore della Basilica, colui che dal 1974 ha partecipato a tutte le campagne di restauro e che oggi è a capo di questo cantiere. Ha rischiato la vita anche lui quando col terremoto del 1997 crollarono le vele e morirono sotto le macerie due frati e due tecnici. Ne nasce una lunga intensa conversazione. Mi mostra dettagli sorprendenti, in cui traspare l’autografia di Giotto. Insieme guardiamo san Pietro, dal giallo manto e dalla bianca veste. Ma quel bianco è l’intonaco senza più pigmento. Avanzo l’ipotesi che quella veste fosse in origine celeste, perché Giotto lo ha dipinto sempre così san Pietro. Lui guarda con occhio clinico: forse qualche traccia di celeste c’è ancora, e allora quando si arriverà a restaurarlo verrà delicatamente acquerellato in celeste. Mi racconta l’umile lavoro del Conservatore: togliere ogni anno le polveri e soprattutto le ragnatele in prossimità delle vetrate. Ho con me il mio libro San Francesco secondo Giotto. Gli mostro due piccole scoperte, relative agli affreschi della Basilica superiore. Nella scena dell’Estasi le quattro nuvolette che sembrano sorreggere Francesco hanno il profilo di volti umani in contemplazione: natura mirante – come si canta nell’Alma Redemptoris Mater –, ovvero tutta la natura sta in ammirazione di fronte all’evento miracoloso, come il cammello con gli occhi azzurri e a bocca aperta nell’Epifania della Cappella Scrovegni.

Nella scena de La scacciata dei diavoli da Arezzo il capo dei demoni con ali di “vispistrello” si staglia infuriato sull’azzurro del cielo, ma di lì a poco crollerà verso il basso: la profonda crepa nella roccia, ai piedi delle mura giusto tra le due porte, ha la forma di un immenso pipistrello precipitato e ricacciato nell’abisso infernale. Dettagli che l’adulto non vede, il bambino sì! Allora Sergio Fusetti ricambia portandomi a condividere l’emozione di una sua scoperta: in un vano attiguo alla Cappella della Maddalena, in Basilica inferiore, cinque anni fa proprio a lui è accaduto di ritrovare un affresco giottesco, una Pietà col Cristo morto, san Francesco e gli angeli. Mi mette quindi a parte dei suoi dialoghi con Bruno Zanardi sulla vexata quaestio Giotto-non Giotto nelle Storie di san Francesco della Basilica superiore. Zanardi vi ha riconosciuto la mano di Cavallini. E lui: «Caro Bruno, ma non può essere successo che Giotto abbia chiesto una collaborazione a Cavallini, come facciamo oggi noi? Dopo il terremoto abbiamo chiamato cinquanta restauratori, tutti nostri ex allievi, già formati qua dentro, e abbiamo completato i lavori a tempo di record. Il cantiere medievale funziona così: c’è il maestro che progetta e dirige la propria bottega, ma collabora anche con le altre botteghe che lavorano qualche metro più in là». Grazie, Sergio Fusetti, per questo conclusivo spunto di metodo. Il metodo dell’immedesimazione.

Seconda tappa. Dalla Basilica si sale lungo via San Francesco per poche centinaia di metri fino al trecentesco Palazzo di Monte Frumentario. È qui ospitata la mostra virtuale su “Giotto com’era”: i 28 episodi affrescati da Giotto in Basilica superiore sono riprodotti in scala nella loro cromìa originaria, quella di 700 anni fa, alla luce di ricognizioni specialistiche. È il primo esempio in assoluto di recupero virtuale di un ciclo pittorico. Così si scopre che il cavallo che sembra inchinarsi alle spalle di Francesco che dona il mantello a un cavaliere povero, oggi è marrone ma in origine era grigio chiaro; nella Predica agli uccelli i piccoli volatili oggi biancastri avevano in origine un piumaggio dai colori sgargianti; in tutte le scene lo sfondo era di un azzurro intenso e uniforme, i paramenti dei prelati e le vesti dei laici avevano colori squillanti, i tendaggi della corte papale erano raffinatissimi.

Lungo il percorso della mostra vi sono schermi con touch screen che permettono il confronto tra Giotto com’è e com’era. Suggestiva infine la sezione a cura del CNR che permette l’immersione sensoriale in una delle 28 scene: quella in cui, giusto 801 anni fa, Innocenzo III benedice la Regola francescana. I fraticelli entrano a uno a uno al cospetto del Papa, prendono posizione e dialogano con lui. La scena viene proiettata in scala 1:1, su uno schermo di 5×4 metri. Lo spettatore interagisce muovendosi all’interno dello spazio virtuale, con il semplice uso del corpo, così gli pare di entrare nella scena, insinuarsi tra i personaggi e partecipare in prima persona, addirittura sentendo il rumore dei propri passi.

Bisogna andare ad Assisi, e passarvi una giornata con gli occhi stupiti del bambino.

Roberto Filippetti

© Tracce.it, per gentile concessione

copertina zanichelli   Leggi pdf - pagina 378-86

 

 

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