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Teoria del restauro di Cesare Brandi, recensioni

Inserito in Rassegna Stampa

Un estratto dalla recensione di Cecilia Mariani su criticaletteraria.org e uno dall'articolo di Aldo Perrone su su tarantobuonasera.it

"Eravamo consapevoli che c'era un prima e un dopo Brandi": per una "Teoria del restauro", dal 1963 a oggi

Dato alle stampe per la prima volta nel 1963, Teoria del restauro di Cesare Brandi (1906-1988) è un testo fondamentale per la storia della disciplina e per l’attività di conservazione e tutela, un lavoro a cui lo studioso ha consegnato una sorta di testamento professionale (ma anche personale e “spirituale”) che ha fatto scuola, stabilendo, con la sua pubblicazione, ciò che si definisce un ante quem e un post quem. Leggerlo (o eventualmente rileggerlo) adesso nella nuova edizione uscita proprio in questi giorni per La nave di Teseo, e dunque in circostanze come quelle attuali, in cui il flusso delle immagini sui principali media e social network testimonia da più di un mese la quintessenza della distruzione e della rovina, non può non fare un certo effetto: si sfogliano pagine che parlano di rispetto e recupero, di cura e premura, e si hanno davanti agli occhi, seppure filtrate dalle lenti e dagli schermi, macerie di ogni sorta intervallate da disperati tentativi di salvaguardia; salvaguardia della vita in primis, certo, ma anche, e con la stessa disperata urgenza, di un patrimonio artistico e identitario, quasi come in un’operazione preventiva che venga condotta in condizioni di estremo allarme e pericolo.

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Più focalizzati sulla fortuna editoriale e sulle applicazioni concrete della Teoria brandiana sono, invece, i due testi di Antonio Paolucci e Giuseppe Basile posti in coda al volume.

Il testo di Basile dedica ampio spazio alla descrizione della nuova figura di restauratore di stampo brandiano: non un artigiano, non un artista, bensì un tecnico sui generis ad altissima specializzazione, “sagace come un clinico e prudente come un chirurgo”; questo perché l’obiettivo principale nella sua formazione doveva essere innanzitutto la creazione di una coscienza critica, da cui derivava l’importanza dello studio della storia dell’arte. Per l’autore della Teoria, il nuovo restauratore sarebbe dovuto essere un professionista anomalo, risultato di un percorso formativo atipico, fondato sulla interdipendenza dei campi disciplinari eterogenei ma complementari, con la stessa attenzione dedicata all’insegnamento teorico e a quello pratico. Nel ricordare alcune criticità attuali del settore – due, e macroscopiche: il proliferare di corsi regionali o di corsi di laurea o di Accademia non paragonabili alla formazione presso l’Istituto o l’Opificio della pietre dure a Firenze, con tutto ciò che ne consegue; i numerosi passi indietro fatti fino al 2005, che invece che esaltare la figura di un professionista altamente formato hanno incoraggiato l’esistenza di altre figure non altrettanto specializzate – Basile ricorda come le preoccupazioni di Brandi fossero sempre estremamente concrete: la durata della scuola, il numero degli allievi per corso, le possibilità di assorbimento nel mondo del lavoro, la distribuzione su tutto il territorio nazionale e non solo nei centri nevralgici, la collocazione idonea in base all’inquadramento sindacale, l’assimilazione del restauratore al rango dell’artigiano.

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Leggi la recensione completa di Cecilia Mariani su criticaletteraria.org


da Tarantobuonasera.it

Torna in libreria la “Teoria del restauro” di Cesare Brandi

Cesare Brandi

Ci sono libri le cui lezioni posseggono contenuti che travalicano le generazioni, e della cui ripubblicazione si avverte il bisogno. È il caso di “Teoria del restauro” di Cesare Brandi che torna in libreria per merito della milanese La Nave di Teseo, per la collana “i Fari” – euro 18.00 – in una veste prestigiosa. Torna con un corredo di qualità in una cornice che consente al lettore di incontrarsi con il grande scrittore e teorico senese con rinnovata attenzione. Infatti propone approfondimenti che sono un libro nel libro. È il terzo capolavoro brandiano che La Nave di Teseo consegna in poco più di tre anni: dopo il “Martina Franca” (2019) e “Spazio italiano ambiente fiammingo” (2020).

Nella prefazione Vittorio Sgarbi segnala da subito come nel campo del restauro Brandi sia un crinale, una frontiera: “c’è un prima e dopo Brandi. Ricerca dell’autentico e responsabilità estetica”. Ed il restauro ha affidabilità solo attraverso una teoria che ne indichi contenuti, confini, peculiarità. Segue il saggio di Massimo Carboni “Il ritorno di un classico”. Carboni è fra i più accorsati e sensibili studiosi del Nostro, fin dal felice suo approfondimento (“Cesare Brandi. Teoria e esperienza dell’arte”. “92) e non ha mai fermato la sua attenzione verso il grande maestro. Oggi ci offre una riflessione che guarda agli anni trascorsi fino ad oggi, del capolavoro brandiano, che contempla anche la versatile cultura del Maestro, la sua figura di magistero europeo, la sua riconosciuta validità di moderno umanista, la capacità di guardare più campi insieme, ma in primo luogo alla bellezza e dignità dell’opera d’arte. Come dire; i suoi diritti d’essere se stessa: “se dal punto di vista del riconoscimento della coscienza ricettiva è soltanto il carattere di artisticità a cogliere l’opera d’arte, come tale preservandola dall’esistente comune, sotto l’aspetto dell’azione di tutela e conservazione, invece, la sua consistenza fisica acquista un’indispensabile preminenza, giacché a questa è affidata la recezione e la trasmissione al futuro di quella che, nella terminologia di conio brandiano, è la realtà pura o l’astanza dell’opera, il suo carattere autocentrato.”

Un trattato che riuscì a sottrarre l’attività di conservazione e tutela, la dotò di uno statuto teoricoscientifico superando indicazioni empiriche e approssimative. Cesare Brandi, che aveva contribuito con Giulio Carlo Argan a fondare l’Istituto Italiano del Restauro e ne era stato per oltre vent’anni direttore (1939-1960), sentì subito l’esigenza – ed il dovere – di fornire una base scientifica e una dignità concettuale che consentisse di progredire per studium e non per pratica. È la costanza della ragione, e le lezioni di quel lungo periodo non potevano non coagularsi in un lavoro definitivo. Che difatti apparve al termine della sua direzione. La sua fervida e solida presenza nell’Istituto tornò con questo studio in una maniera densa della quale non si poteva non tener conto. Oggi è ancora più evidente, se ricordiamo i numerosi eventi e le note situazioni del restauro in Italia. Approfondire studio e diffusione della metodologia e suggerire l’atteggiamento adeguato alla tematica restauro è una legge della ragione. Cosicché “se il riconoscimento dell’opera viene artificiosamente quanto astrattamente limitato alla isolata contemplazione individuale, allora non si riesce a coglierla nella sua intrinseca storicità”, chiarisce Carboni.

Ed aggiunge che sul piano interpretativo l’opera d’arte – ed è Brandi che insiste in ogni suo intervento – “non è mai un oggetto che si possiede esaustivamente ma una voce che ci interpella e in cui il passato risuona nell’imminenza del suo esser-presente.” Non farsi conquistare dalla colpevole smemoratezza del presente (pericolo sempre in agguato). Carboni precisa e definisce le “grandi” raccomandazioni brandiane, in primo luogo di non dimenticare l’assunto del rispetto del passaggio del tempo. Un’emozione che chi qui scrive visse nella polemica per salvare la città vecchia di Taranto quando (nella Tavola rotonda con Argan e Bassani – 1969) nel suo intenso- anzi duro intervento – Brandi chiarì questo punto. E riguardava il restauro di un centro storico aggredito dalla speculazione edilizia. Incredibile ma vero, quei concetti ripetuti con forza fermarono gli insani propositi. Il nuovo libro consegna – in postfazione – ancora due importanti contributi: di Antonio Paulucci (“Il filosofo del buon restauro” e di Giuseppe Basile (“Gli insegnamenti culturali della scuola del restauro”). Una redazione così esaustiva si attendeva da tempo. La “Teoria del restauro” di Cesare Brandi è esso stesso la più solida delle difese dei beni culturali; ed oggi appare come rinnovata, rafforzata.

Aldo Perrone

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