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Brevi considerazioni sul restauro degli organi storici in Italia

Inserito in Organi storici

Valladolid 3 novembre 2005
di Giuseppe Basile

Anche se la mia può apparire un’affermazione paradossale, una vera attività di restauro nel campo degli organi storici non data da molto tempo in Italia. 

Tutti i presenti sanno che l'Istituto Centrale del Restauro fu fondato nel 1939, quindi circa 60 anni fa, con un'operazione allora certamente all'avanguardia e non solo in Italia. 

Fu fondato (e non poteva essere diversamente) secondo quella che allora era la concezione dominante nel campo dell’estetica e quindi anche del restauro,  e pertanto focalizzata essenzialmente sull’ opera d'arte. 

D’altra parte (e anche questo è noto) il concetto di opera d'arte ha subito in questi 50 e più anni  una profonda trasformazione, e  - in particolare dallo specifico punto di vista della tutela - a mano a mano si è preferito sostituirlo con il concetto di bene culturale: con tutti i rischi e i pericoli che un concetto così ampio, quasi onnicomprensivo, può presentare. 

Il concetto di opera d'arte aveva certamente dalla sua il vantaggio di definire in modo molto preciso l'ambito di interesse, ma escludeva tante categorie di manufatti che, per non essere artistici nel senso tradizionale della parola, parevano dovere sfuggire appunto a questo interesse. 

Quali erano questi manufatti? 

Voi sapete che in Italia la schiacciante preponderanza della tradizione figurativa purtroppo ha fatto sì che le altre tradizioni culturali godessero di assai minore prestigio – con l’ eccezione di quella letteraria, naturalmente, perché a scuola ci viene insegnato, o almeno veniva insegnato fino a qualche tempo fa, chi era Dante Alighieri, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Manzoni ecc.
Quanto invece alla tradizione musicale, essa è stata assolutamente trascurata, quasi ignorata (tanto da non essere neppure compresa nei programmi scolastici, a differenza di quanto accade in tanti altri Paesi) con tutti i guasti che siamo costretti a toccare ogni giorno con mano: come se il nostro Paese non potesse vantare  una civiltà musicale certamente non inferiore a nessun'altra.

 Per conseguenza, tutto ciò che non rientrava nel concetto di opera d'arte in senso tradizionale, cioè opera d'arte figurativa, veniva automaticamente escluso dal novero degli oggetti “restaurabili”. Tocca aggiungere subito, per completezza, che – alla luce di un concetto molto elevato di restauro quale quello teorizzato e messo in pratica da Cesare Brandi nella concreta attività dell’Istituto centrale del restauro - anche tutto ciò che non era opera d'arte in senso alto, cioè che non era grande pittura, grande scultura, grande monumento, veniva di fatto escluso, per cui si è continuato e tuttora si continua a intervenire a man salva, cioè facendo danni spesso enormi, su tantissime categorie di manufatti artistici, dalle vetrate, ai mobili, ai tessuti, alle ceramiche, considerati, a torto, come manufatti che non sono opere d'arte in senso proprio, e sui quali pertanto si può intervenire utilizzando le più usuali tecniche di riparazione, siano esse di tipo tradizionale ( e quindi sostanzialmente artigianali) che avanzate in senso tecnologico.

Naturalmente in questa situazione non poteva essere riservata una sorte migliore agli strumenti musicali: anzi, a volerli considerare essenzialmente, se non unicamente (come pure talvolta è stato fatto)  nel loro essere funzionali  (uno strumento – tutti l'abbiamo sentito ripetere più volte – che strumento è se non funziona, cioè se non suona?) parrebbero potere rappresentare proprio il caso tipico nel quale la teoria e la prassi del restauro di cui prima si è detto non risultano applicabili. 

In realtà le cose non stanno assolutamente così.

Infatti, anche a non volere tenere conto che ogni  manufatto, ogni opera d’arte è, nel suo specifico, funzionale, sarebbe difficile – per esempio - negare la funzionalità intrinseca di un monumento: e però  questo non ha mai impedito di restaurare gli edifici monumentali, non ignorandone certo la funzionalità, ma non considerandola neppure come l'aspetto principale a cui tutti gli altri aspetti debbano essere  subordinati. 

Non è questa l’occasione per spiegare il perché di un atteggiamento tanto diverso nei confronti degli strumenti musicali: lo scarso tempo a disposizione non me lo consentirebbe. 

Fatto sta che né l'Istituto, né però altri enti operanti nel campo del restauro nel nostro Paese, si sono occupati in modo adeguato del restauro degli organi e degli altri strumenti musicali storici. 

La conseguenza è che per lunghissimi decenni e, temo, tuttora, la distinzione fra riparazione, rifacimento e, più in generale, rifunzionalizzazione e restauro - che è fondamentale e che ormai, in Italia, conta nell'ambito del restauro inteso in senso generale almeno un secolo di vita  - continua a non essere chiara, se è vero – come è vero – che il 90% dei restauri che vi vengono eseguiti sono di fatto veri e propri interventi di rifunzionalizzazione, che generalmente finiscono col deformare – del tutto involontariamente ma oggettivamente – le caratteristiche storiche dello strumento sottoposto a “restauro”. 

Inutile dire quanto radicalmente incida su questa situazione la mancanza di cultura musicale anche nelle persone colte (a meno che non se la siano fatta per conto proprio, quindi in maniera non “curricolare” e pertanto, presumibilmente, eterogenea) e pertanto, a maggior ragione, nei nostri governanti. 

Prova ne sia che negli Uffici dell’Amministrazione di tutela dei Beni culturali (o, come si diceva una volta, delle Antichità, Monumenti e Belle Arti), che in Italia esistono da un secolo, non è stata mai prevista in organico ( né poteva esserlo)  una figura specifica di funzionario, un conservatore o comunque un addetto ai lavori che si occupasse particolarmente di questo aspetto fondamentale della salvaguardia del nostro patrimonio artistico, che riguarda appunto la conservazione, il restauro e più in generale la tutela degli organi e degli altri strumenti musicali. 

E così è successo che i preti e i detentori a qualsiasi titolo di organi o altri strumenti musicali si sono affidati a organari che hanno fatto generalmente del loro meglio, ma con approccio radicalmente sbagliato, perché appunto di tipo artigianale ( non parlo dell'abilità artigianale, che è cosa profondamente diversa e sostanzialmente positiva): quello secondo il quale, per capirci, si fa un restauro come se si facesse  un'opera nuova. Cioè si fa in modo che l'organo funzioni come prima – ammesso che sia possibile – sostituendo quello che va sostituito, ma non fermandosi dinanzi a nessun tipo di ostacolo e soprattutto non prendendo in considerazione quello che può e deve essere il referente precedente all'intervento, cioè le sue caratteristiche originarie e la sua stratificazione storica. 

Né vale l’obiezione che per lo strumento musicale non si può ricorrere alla nozione di “immagine storica” (ormai accettata in tutto il mondo civilizzato come concetto fondativo di una moderna concezione del restauro) perché quello che conta, nello strumento musicale, non è la sua immagine  ma il suono che esso produce: e, dunque, nel caso degli strumenti musicali il referente è il “suono storico”, in perfetta analogia con quanto accade con le opere d’arte figurativa. 

Naturalmente, nessuno sa come suonava l’Organo Altemps di S. Maria in Trastevere quando nel 1701 Filippo Testa ebbe a ricostruirlo quasi completamente proprio come nessuno sa (qualunque cosa dicano in  proposito i mass media) qual era realmente l'aspetto della volta della Cappella Sistina quando Michelangelo l'ha dipinta  : eppure non c’è dubbio che, nell’un caso e nell’altro, è  possibile ( per chi sa farlo) ricostruire la facies più attendibile dell’opera alla luce di confronti con la specifica realtà culturale dell’epoca. 

Solo così, del resto, è possibile garantire una reale conoscenza della musica dei secoli scorsi proprio consentendone l’esecuzione sugli strumenti per i quali e con i quali essa fu prodotta. 

In questa situazione veramente drammatica, anzi starei per dire  tragica, l'Istituto (che, come sapete, è l'organismo più importante del Ministero per i Beni e e le Attività culturali sotto l’aspetto specifico del restauro, ma non ha competenza territoriale, che appartiene alle Sovrintendenze), ha potuto solo fare quello che è uno dei suoi compiti principali, cioè fornire esempi “pilota” e pertanto  metodologicamente accettabili di come si possa  intervenire correttamente anche nel campo del restauro dei beni culturali musicali e in particolare, appunto, degli organi. 

Sono state pertanto effettuate attività che quantitativamente non hanno quasi rilevanza: ma  la nostra speranza è che lo siano almeno dal punto di vista della esemplarità, o meglio della normatività.

Si è cominciato (formalmente sotto l’egida e dietro promozione della competente Direzione Generale del Ministero) con poco, con dei brevi corsi di “alfabetizzazione” (per così dire) nel nord, centro e sud Italia, rivolti a quei funzionari della pubblica amministrazione dei beni culturali, generalmente storici dell’arte, che hanno l'obbligo – il diritto e il dovere – per legge, di dirigere il restauro anche degli  strumenti musicali oltre che dei cd beni storico-artistici. 

Tutti sanno che generalmente non si tratta, in questi casi, di una vera e propria direzione del restauro da parte dei miei colleghi, proprio per palese incompetenza e che, pertanto,  generalmente, la soluzione la si è trovata nel coinvolgere specialisti esterni nella veste di ispettori onorari, che in questo campo sono più che mai importanti, anzi indispensabili, anche se la valutazione della loro  qualificazione non sempre è fatta in base a parametri oggettivi e spesso, inoltre, si è costretti a soluzioni inadeguate in mancanza di meglio. 

Di fatto ci si imbatte nella penisola in situazioni enormemente diversificate, con punte di attività sicuramente accettabili, anzi addirittura buone, accanto ad altre in cui veramente i risultati sono inaccettabili. Da qui l’idea di fornire a questi colleghi delle nozioni minime ma sufficienti per capirci qualcosa. 

Poi, in proseguo di tempo, è stato fatto un corso  più sostanzioso per la messa a punto del progetto di restauro di un organo, anche questo destinato ai funzionari di soprintendenza direttori di lavori di restauro di organi storici, perchè potessero acquisire quanto meno quelle conoscenze elementari  indispensabili a capire se un determinato progetto di intervento fosse completamente campato in aria o fosse fatto in serie, come spesso purtroppo capita, ovvero avesse una qualche attinenza con i problemi reali di quel certo organo. 

Ma possiamo dire di avere fatto anche di più, per nostra fortuna. 

Infatti, ancora una volta per dare la misura di come fosse possibile operare in questo campo come in tutti gli altri campi del restauro, abbiamo fatto un “Corso sperimentale di formazione professionale per il restauro degli organi storici”, cioè, detto in parole povere, abbiamo fatto un corso per restauratori di organi che, a mia conoscenza – ma naturalmente sarò felice di apprendere se ci sono altri esempi in Italia o fuori – costituisce l'unico caso di un corso esplicitamente finalizzato alla formazione non di organari (cioè di fabbricanti di organi nuovi), ma di restauratori d'organi, secondo quella distinzione che prima facevo e che credo sia ormai assolutamente accettata. 

È stato un corso molto intensivo, formalmente breve  (soli 2 anni), ma in pratica equivalente all’impegno orario di un corso universitario ( 23 mesi, con attività di 8 ore al giorno per 6 giorni a settimana), e ovviamente strutturato secondo il modello sempre attuale dell’Istituto (che infatti viene sempre più frequentemente copiato all’estero: l'ultima esperienza è quella di Pechino), soprattutto nella capacità di contemperare l'attività pratica,  operativa, con quella teorico-metodologica, quella voglio dire che va dai principi di conservazione e di restauro alla storia del restauro, alle discipline scientifiche, alle discipline storiche ecc. ecc. - grosso modo una percentuale del 40% per quella teorico-metodologica e 60% per quella pratica . 

Naturalmente abbiamo ritenuto non solo opportuno, ma necessario – come del resto mi pare scontato, anche se non tutti lo fanno – rendere questa operatività effettiva prima su modelli, su copie, e poi su un caso reale, specifico (tutti voi sapete che c'è una bella differenza tra  l'attività appunto sperimentale, in laboratorio, e l'attività di campo, come la si suole chiamare). 

Oggetto di questo intervento è stato, in questo secondo momento, l'organo Altemps  (il resoconto scientifico del restauro si trova in: Conservazione e restauro degli organi storici: esperienze e ricerche nel restauro dell’organo Altemps in S. Maria in Trastevere a Roma, a cura di G. Basile, Roma, Palombi editori, 1998 ed è stato presentato al Convegno internazionale sull’organologia a Roma nel periodo barocco. Nella stessa occasione venne presentato il manuale didattico propedeutico Conservazione e restauro degli organi storici: problemi, metodi, strumenti, a cura di G. Basile, Roma, De Luca editore, 1998 ). 

Ai fini del corso abbiamo fatto una selezione preventiva chiedendo alle sovrintendenze di segnalarci  persone interessate che fossero però in possesso quanto meno di cultura musicale di base, senza la quale naturalmente non si poteva neppure iniziare il discorso. Abbiamo fatto poi degli esami per l'accesso (sempre sul modello dell’ammissione all’Istituto), superati da 5 sui 20 candidati presentatisi, che sono pertanto diventati a tutti gli effetti   allievi ed hanno alla fine dei 2 anni superato abbastanza bene la prova finale, conseguendo il diploma di restauratore di organi. 

Debbo dire molto francamente che ci aspettavamo che quanto meno le sovrintendenze competenti si impegnassero affinchè questa operazione, che ci era costata tanto soprattutto in termini progettuali e organizzativi, potesse avere utili ricadute, ma debbo aggiungere subito e con molto rammarico che invece il risultato, almeno finora, parrebbe essere stato poco più che inincidente. 

Certo, capisco, ci sono delle prassi consolidate, vi sono soprattutto delle paure consolidate: capisco benissimo che un mio collega, trovandosi improvvisamente a dover scegliere fra un restauratore d'organi diplomato ma di scarsa esperienza e un vecchio  ma serio costruttore d'organi, con la sua bella fabbrica che produce migliaia di organi in Italia e all'estero e che però ci mette in mezzo ogni tanto l'organo da restaurare, possa ritenere meglio andare sul sicuro. Noi comunque aspettiamo che nel tempo certi frutti maturino e credo appunto che matureranno. 

Mi corre il dovere di aggiungere subito che questa operazione sarebbe stata impossibile senza il supporto di carattere tecnico operativo generale dell'Istituto – voi sapete che noi disponiamo di laboratori scientifici, laboratori di restauro per tutti i materiali, officine tecnologiche ( falegnameria, meccanica,  ecc.,), bunker radiografici e così via – ma naturalmente, nello specifico, è stato possibile realizzarla soltanto grazie alla presenza operosa di molti amici e colleghi, organologi e restauratori di organi, da Carlo Ferdinando Tagliavini a Pier Paolo Donati, che ha fatto la direzione vera – io facevo solo quella formale, naturalmente – del lavoro di restauro. 

E infine – chiudo perché non voglio andare oltre il tempo concessomi – c'è una ulteriore operazione in corso che dovrebbe poter dare finalmente una svolta dal punto di vista organizzativo.

Si tratta della costituzione a Cremona – per tanti motivi che non sto a raccontarvi, un po' diciamo oggettivi, un po' soggettivi – di un Centro internazionale per il restauro degli strumenti musicali che  è stato oggetto di un “accordo di programma” fra gli enti coinvolti, cioè il Ministero per i Beni e le attività culturali, quindi in particolare l'Istituto centrale del  restauro, la Regione Lombardia e il Comune di Cremona. 

Essa si pone come struttura parallela e complementare  a quella dell' ICR, che non ha né gli spazi né la possibilità operativa di occuparsi permanentemente anche del restauro degli strumenti musicali. 

Una realtà simile è a Ravenna, dove - come saprete - esiste un Istituto del restauro, collegato anch'esso a noi, in particolare per i mosaici. Non perché, ripeto, mosaici, strumenti musicali e quant’altro non debbano andare soggetti agli stessi principi ed agli stessi metodi del restauro in generale, ma perché l'arretratezza nel trattarli richiede tanto impegno che è bene che almeno inizialmente vadano avanti da soli per essere spinti il più possibile. 

L'operazione è abbastanza avanzata, ma non è ancora purtroppo terminata, nel senso che è stato completato il restauro dell’edificio destinato ad ospitare il Centro,  Palazzo Pallavicino, ma ora  dovremo muoverci per stabilire tipi di insegnamento, orari, requisiti dei docenti, etc. 

In realtà abbiamo già fatto con Pier Paolo Donati, che come già in passato mi sorregge anche in questa operazione, un canovaccio di massima con le materie da insegnare , con i tempi occorrenti, con tutto quello che può servire a rendere anche questa una realtà operante, che soprattutto – questo naturalmente è un mio auspicio e spero che possa realizzarsi – possa servire, come è servito l'Istituto in Italia e fuori, come punto di riferimento per un’attività che anche in questo campo finalmente assuma le caratteristiche di un maturo rapporto col restauro. 

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